| Inserto 1 |
Come si viveva a Schivenoglia cent’anni fa Dalla mappa del centro urbano all’inizio del 1900 si vede chiara e netta la configurazione del paese. Partiamo dalla chiesa. Si vede il tempio con tutte le sue pertinenze: la canonica, la casa del sagrestano, un altro locale adiacente e, sul lato della strada principale, un lungo sagrato laterale con incorporato il campanile. Di seguito, sulla stessa direttrice, parte dei portici, seguiti da un massiccio casamento rientrante. Di là dalla strada il lungo edificio dei Forattini e lo stabile attuale del calzolaio Bellodi. Seguono sullo stesso lato le casette del Dall’Acqua e la stalla. Devono ancora nascere le scuderie e si arriva al municipio e al palazzone. Di fronte, nell’altro lato della strada, la vecchia corte Croci. Segue lo stradello del cimitero senza neanche una casa sulla sua sinistra, mentre sulla destra c’è il lungo complesso della corte “Galeazza”. Proseguendo, si individua la corte “Borsa”, l’osteria, il viale della stazione e, sull’altro lato, la corte “Rangona”. Tutto qui. Era il centro di un territorio di poco più di 13 chilometri quadrati (4.197 biolche mantovane) che dava asilo a 1.763 abitanti. Come e di che cosa vivevano questi abitanti? Intanto da 35 anni circa erano entrati nel Regno d’Italia (1866) e si reggevano come Comune da soli, eleggendo ogni cinque anni un nuovo consiglio comunale di 15 persone e una giunta di 5 persone (quattro assessori più il sindaco). Il Comune viveva con un bilancio magro, le entrate maggiori riguardavano le voci “terreni e fabbricati” (15.000 lire circa). Le spese si riferivano principalmente alla scuola, al servizio sanitario e alle opere pubbliche. Ecco fatto il bilancio! Ognuno viveva del suo, se ne aveva. Se non ne aveva, cercava di fare la giornata dandosi “servitore” o apprendista, se era giovane, salariato fisso se era un bravo bifolco, o bracciante avventizio. Tutti vivevano di agricoltura. Anche quelli che esercitavano arti e mestieri – ed erano molti – erano legati alla campagna. La campagna! La produzione era notevole: 4.300 quintali di frumento, 200 quintali di fagioli, 4.000 quintali di granoturco, 7.800 quintali di vino, 285 quintali di formaggio. E dire che la produzione di frumento, per esempio, per biolca era di appena 4-5 quintali, e altrettanti per quanto riguarda il frumentone! C’erano 9 grandi proprietari con fondi che andavano dalle 60 biolche dei Morandi alle 255 dello Scarpari-Forattini. In mezzo ci stavano i Grecchi, i Righi, i Dall’Acqua, i Di Bagno, i Longhini, gli Strinasacchi e i Reggiani. Poi c’erano grandi affittuali. E infine una miriade di piccoli e piccolissimi proprietari che coltivavano poco più di un orto e con quello ci campavano. Automobili? Se ne sentiva parlare, ma a Schivenoglia non ce n’era neanche una ancora. C’erano invece tre vetture di lusso a 4 ruote, venti vetture comuni a 4 ruote e trentacinque vetture comuni a 2 ruote. Per il resto si viaggiava col cavallo di san Francesco. Ah, dimenticavo, c’erano otto “possessori di velocipedi”, perbacco, che se la giravano impettiti a far mostra di essere arrivati alla modernità. C’era il problema “acqua potabile” che imperava. Se non era acqua dei fossi che si beveva, poco ci mancava. E’ vero, in ogni corte c’era un pozzo, ma pescava acqua sorgiva a cinque metri, dieci quando andava bene. Di “pozzi tubolari”, come prescriveva la legge, profondi dai 15 ai 30 metri, ce n’erano cinque in tutto il territorio: uno in corte Dall’Acqua, uno in corte Valenta, uno in corte Casella, uno a Gaeta e uno alle Bossoline. Si cominciava a parlare di piazza. Perbacco, Schivenoglia era l’unico paese senza una piazza. Allora il Comune preparò un progetto d’allargamento del tronco di strada di fronte al fabbricato municipale. Ma non si creda che… detto, fatto! Le cose andarono per le lunghe tra discussioni infinite, crisi comunali, espropri, ecc. Non era cosa di poco conto, si trattava di cambiare faccia al paese: primo, chiudere il fossone che passava sul bordo della strada davanti al municipio; secondo, portare a livello della strada il terreno da espropriare a mille piccoli proprietari – si fa per dire – ognuno col suo pezzetto di proprietà a cui era legato da tempi atavici. Perciò se ne parlerà a suo tempo… E con l’analfabetismo come siam messi? Eh, 26 abitanti su 100 non sapevano neanche tenere in mano la penna, di più le femmine dei maschi, naturalmente. Le cose erano migliorate dall’entrata nel Regno d’Italia, ma la situazione era ancora grave. Il corso scolastico arrivava fino alla 3^ elementare, ma la frequenza era ancora scarsa. Un dato interessante per il cambiamento del territorio si nota osservando il calo drastico del numero dei buoi (da 389 nel 1901 a 264 nel 1907) segno che stava avanzando la meccanizzazione, sia pure molto timidamente. In compenso cresceva il numero delle vacche da latte che arrivarono a 607 capi contro i 348 dell’inizio del secolo. Intanto allo Stato stava a cuore la salute dei contadini, oppressi da quella micidiale malattia che era la pellagra. Allora la Commissione pellagrologica di Mantova inviò gratuitamente a tutti i contadini un opuscolo atto a sfatare le credenze popolari sulle cure empiriche della malattie in genere e della pellagra in particolare. Perché se uno era affetto da vermi, bastava una strofinata di petrolio intorno al collo e ai polsi e una bella collana di spicchi d’aglio da portare dì e notte, che i vermi se ne andavano via; se resistevano, un bel cucchiaio di petrolio preso per bocca risolveva il problema. Uno aveva la risipola? Che ci voleva? Bastava fare un segno di croce con una chiave. E l’orzaiolo? Spariva guardando con l’occhio malato per tre mattine di seguito nella bottiglia dell’olio. E via di questo passo. Ma un fatto veniva a scompigliare la vita del nostro piccolo borgo: l’arrivo dell’energia elettrica. C’era chi la voleva e chi non la voleva. La Società Elettrica di Bologna, che si era offerta per fare l’impianto, mandava i suoi funzionari a ripetizione, ma qui non attaccava. Si sa come siamo fatti noi schivenogliesi: buona gente, ma diffidente, gente che dorme con un occhio solo. E insomma, tira e bastira, almeno sul centro abitato si cominciavano a vedere file di paline che deturpavano la visione del paesaggio tradizionale, ma che facevano cambiare la vita da così a così. Defendi Zaccarelli! Ecco, la guerra di Libia entrava anche nelle nostre case. Defendi era scomparso. Era maresciallo dell’Esercito Italiano impegnato in Libia, faceva parte dell’11° Reggimento Bersaglieri e dal giorno della battaglia di Sciara Sciat il 23 ottobre 1912 non s’era più visto. Anche Sigisfredo Paolini era stato ferito, ma di lui si sapeva che era stato rimpatriato e ricoverato all’ospedale militare di Napoli, “affetto da postumi di contusione allo scroto”. Ma Schivenoglia si distraeva un po’ organizzando la prima corsa ciclistica del paese. Doveva diventare nel futuro il paese delle corse, no? Ed ecco l’intraprendente schivenogliese d.o.c. Provvido Ferrari a darsi da fare per effettuare una “corsa su biciclette” sul percorso Schivenoglia – Poggio Rusco - Villa Poma - Ghisione - Pieve di Coriano - Schivenoglia. Si parla di cadute rovinose sui sassi, di gente che infilava i fossi, di pochi superstiti al traguardo finale. Uno spettacolo mai visto prima, ma pieno di futuro. Campeggiava oramai nell’angolo della piazzetta che immetteva nella strada del cimitero la bottega di Marchi Socrate che portava nell’emblema il disegno di una bicicletta. Oltre ad essere negoziante e riparatore di macchine agricole, erpici a zig zag, macchine da cucire, Socrate vendeva e riparava anche biciclette e alla domenica funzionava pure il deposito, perché molte famiglie si erano dotate di una bicicletta ormai. E Socrate era anche il padrone delle oche che pascolavano sul prato dove doveva sorgere la scuola elementare, e quando nel ’13 la pratica si sbloccò, egli andò su in Comune a reclamare, che non sapeva più dove mettere le sue oche. Ma le ragion di Stato ebbero il sopravvento e cominciarono finalmente i lavori. Difatti il 17 Novembre dello stesso anno con una cerimonia frugale ma significativa il sindaco posava la prima pietra dell’imponente nuovo casamento scolastico che fa ancora bella vista di sé. E scoppiava la Grande Guerra Europea! Partivano i nostri giovani, alcuni non facevano più ritorno. Alla fine del 1915 mancavano all’appello in sei: Carlo Luppi, Ruggero Pradella, Angelo Michelini, Riccardo Michelini, Luigi Sala, Luigi Gennari. Queste le parole del sindaco Carlo Zaccarelli, pronunciate durante la cerimonia di fine anno: I loro nomi vengono scritti a caratteri d’oro nella storia nostra quali umili ed oscuri eroi che invocano dall’umile fossa la sacra vendetta, foriera della santa redenzione dei fratelli nostri, della rivendicazione del diritto delle genti che fulgido e luminoso sorgerà sulle rovine dell’abbattuto nemico aggressore. Ma ecco che, dopo un anno, si ripeteva la mesta cerimonia per ricordare altri cinque nostri giovani che avevano perso la vita sui campi di battaglia: Evaristo Soresina, Umberto Costa, Luigi Zanini, Giovanni Calzolari, Attilio Zenesini. 24 ottobre 1917: Caporetto! Le truppe italiane in ritirata arrivavano fino a Schivenoglia. Più di mille soldati occupavano le nostre case per parecchi mesi. Si preparavano alla controffensiva. Ma intanto bisognava aggiungere all’elenco i nomi di altri nostri concittadini che durante il terzo anno di guerra avevano perso la vita: Francesco Armagni, Secondo Brovini, Galliano Mari, Alcide Gemelli, Adelino Rossignoli, Rizieri Gavioli, Vincenzo Ghirelli, Mario Corradi, Demetrio Reami. 15-23 maggio 1918: vittoriosa battaglia del Piave. Da lì a qualche mese la guerra finiva. Non restava che contare quelli che non sarebbero più tornati, i nostri nuovi nove “eroi”: Giovanni Aldrovandi, Alfonso Mazzola, Silvio Caramella, Luigi Papotti, Carlo Bellintani, Antonio Lamberti, Carlo Peccini, Luigi Mortari, Noè Grigoli. Così nei quattro anni di guerra furono ben ventinove i giovani soldati schivenogliesi che morirono. Ma a questi ventinove bisognava aggiungere quelli che, per i postumi delle ferite riportate durante i feroci combattimenti o per le malattie contratte durante i lunghi mesi di trincea, lasciarono la vita, come Giovanni Alloni, Natale Bottura, Oreste Bindella, Francesco Chitelotti, Agostino Giavarotti, Eugenio Golinelli, Attilio Ori, Gino Pradella, Cesare Peccini, Luigi Setti, Angelo Vanini, Agide Zenesini. Da notare che, nella lapide ai caduti di Schivenoglia davanti alle scuole, mancano i nomi di ben nove caduti, mentre ne sono inseriti due che non risultano dalla ricerca effettuata. La lapide, infatti, fu eretta in tempi successivi e può darsi che non si sia tenuto conto degli avvenuti decessi per cause di guerra.Riprendeva la vita normale nel dopoguerra, ma con tanti problemi. La tensione era nell’aria. I soldati tornati a casa non trovavano lavoro. La crisi vera e propria scoppiava nel maggio del ’19: i braccianti volevano le otto ore di lavoro a lire 1,30 all’ora, ma gli agricoltori erano per mantenere le 10 ore. D’altra parte il quadro economico del paese era radicalmente mutato: con le macellazioni avvenute in tempo di guerra, il bestiame bovino passava dai 1.646 capi del 1916 ai 1.261 del 1919, sicché i posti di lavoro venivano a mancare. Alle elezioni amministrative del 1920 vinceva la lista chiamata “Socialista Ufficiale” sull’altra lista chiamata “Concentrazione”. Sindaco diventava il falegname Augusto Soresina. Ed ecco la nostra bella Schivenoglia degli anni Venti del secolo scorso: la vediamo, in copertina, sotto la neve in un quadro dell’artista schivenogliese Ernesto Ascari. Dino Raccanelli |
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Militari caduti per la patria - Comune di Schivenoglia |
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