“Villa Alessia” di Palidano
27 Agosto 2009
MUSICA E PITTURA AL TEMPO DI FRANCESCO
MARIA RAINERI DETTO LO SCHIVENOGLIA
Concerto in occasione delle celebrazioni 250° anniversario della morte di
Francesco Maria Raineri detto ”Schivenoglia” (Schivenoglia 1676 -Mantova 1758),
protagonista della pittura del Settecento mantovano
Il “San Gaetano da Thiene” dello Schivenoglia nella chiesa parrocchiale di Palidano
Ci sono sempre propositi seri e condivisibili anche in una festa, in una tradizionale sagra come quella della fiera di Palidano. Perché, al di là dell’intrattenimento, del piacere della buona cucina e dello stare insieme ci si impegna a contribuire ad operazioni encomiabili, come avvenne 15 anni fa, (correva il 15 luglio), quando si decise di restaurare i due ovali della parrocchiale coi santi Pietro e Paolo, opera del veronese Giorgio Anselmi: due tele del 1776.

Il paese rimetteva in luce così due suoi gioielli e non era una operazione da poco, fine a se stessa. Perché quella cura significava identità civica forte, attaccamento alle proprie radici, amore per le bellezze manifeste o nascoste di questa terra posta al confine con l’Emilia. Ma capitò anche, in quell’occasione, che il Signore, che talvolta allieta e talvolta complica le nostre esistenze, volle restituire alla comunità un ulteriore gioiello: fece in modo che si ritrovasse infatti un’opera che si credeva perduta, un San Gaetano da Tiene, dipinto da un altro grande artista mantovano, quello Schivenoglia che sempre l’Onnipotente aveva di fatto condannato, dopo la morte, a un lungo oblio,. L’opera fu ritrovata nascosta dietro l’ovale che raffigurava san Pietro: fungeva, per la verità, da banalissima fodera per il più noto dipinto. E viene da immaginare che in questa strana vicenda ci possa essere stato proprio lo zampino scherzoso di San Pietro, buon pescatore di anime e, tutto sommato, buon ispiratore e protettore di pittori. Franco Ferrari, compianto ricercatore di memorie e notizie su Palidano, ebbe il merito di riconoscere nel dipinto sporco e lacero che si ritrovava fra le mani il San Gaetano da Tiene, che più di una volta aveva visto menzionato negli inventari parrocchiali e che temeva fosse stato rubato. Chiamò subito Chiara Perina per un rapido parere critico. Non c’erano dubbi: quella tela maltrattata, dopo le prime amorevoli cure di Francesco Melli, il restauratore, riacquistava i lineamenti perduti e si materializzava nelle bellezza delle pennellate dello Schivenoglia. Prendeva corpo l’immagine di quel santo, Gaetano, che già era stato persona di buoni costumi, alunno dell’Università di Padova, in cui conseguì il dottorato in utroque iure, in diritto civile e canonico, prima di diventare il segretario di papa Giulio II, prima di divenire il fondatore dell’ordine dei Teatini.

Ma osserviamo ora il dipinto che da tela rettangolare si è trasformata in ovale, a causa dell’uso improprio di fodera dell’ovale anselmiano. Osserviamo l’humour estroso col quale il pittore colloca il santo, lungo una linea diagonale che prende il via dal Cristo crocefisso, di cui san Gaetano voleva farsi completo imitatore. Osserviamo la posizione di quel libro squadernato che si pone come punto di contatto tra i due: è un vangelo aperto sulle pagine di Matteo in cui si inneggia alla divina provvidenza.

In questo suo modo, personalissimo e immediato, come era suo costume, lo Schivenoglia condensa la storia del vicentino san Gaetano, proponendoci il travaglio finale di un uomo che ha già percorso una strada, tutta in salita, per cercare di ricreare, su questa ingrata terra, la fratellanza delle prime comunità cristiane. Questo, in effetti, fu il carisma di san Gaetano, caratterizzato da una estrema noncuranza per le ambizioni umane e dal disprezzo delle ricchezze terrene. Per tale fiducia nel Padreterno «che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo» (Mt 6, 26. 28.) lo Schivenoglia lo ritrae davanti allo scrittoio, in un teatrale e recitativo rapimento estatico, in pia genuflessione. Alle sue spalle un angelo bizzarro si è arrestato, improvviso, come potremmo fare noi caso ci immedesimassimo nella scena, per rimirare la dimensione mistica della preghiera, della contemplazione del crocifisso, che narra incessantemente un messaggio di amore passione e morte.

Francesco Maria Raineri tratteggia dunque con soave giocondità il sentimento sacro di una assorta devozione, enfatizzata anche da un piccolo serafino che, alla maniera di giocoso bambinetto, porge un giglio. La scorrevolezza del lessico artistico appreso sulle pitture di battaglia, sui fregi delle ville patrizie come quella di Begozzo, si tramuta in una pittura che delinea ed esalta la santità in un atteggiamento meno patetico dei modelli seicenteschi. Le figure acquistano vivacità e sembrano infine ingentilite e ingraziosite dai leggeri tocchi bozzettistici, dai toni chiari che contrastano con l’inevitabile tonaca del santo. Gli incarnati dei volti, come di porcellana, costituiscono l’agreste rivelazione mantovana del grazioso settecentesco. La rinuncia al classicismo adottata dall’artista attraverso la moda rocaille è, come avrebbe detto Diderot, l’apparizione di una dolce malinconia. Ed è la malinconia che soprattutto il raggiungimento della bellezza, nella sua problematicità, sa suscitare.

Gianfranco Ferlisi
 

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