20 Settembre 2009
MUSICA E PITTURA AL TEMPO DI FRANCESCO
MARIA RAINERI DETTO LO SCHIVENOGLIA
Concerto in occasione delle celebrazioni 250° anniversario della morte di
Francesco Maria Raineri detto ”Schivenoglia” (Schivenoglia 1676 -Mantova 1758),
protagonista della pittura del Settecento mantovano
Il “San Luigi Gonzaga” dello Schivenoglia nella chiesa di San BenedettoAbate a Gonzaga
La chiesa di San Benedetto Abate ha la fortuna di conservare una quadreria invidiabile, a cominciare dalla bellissima e monumentale pala che incombe sull’altare con la Madonna col bambino e i santi Benedetto e Giovanni evangelista. L’occhio può scorrere poi volentieri su altre opere qualitativamente alte e può decisamente compiacersi del primato sugli altri sensi quando si sofferma spazia su dipinti come la Natività di Gianfrancesco Tura o la Madonna col bambino, il Battista e santa Severa di Lorenzo Costa il giovane. L’antica chiesa matildica è del resto uno scrigno prezioso, un vero museo in cui l’arte avvicina gradevolmente il fedele al soffio dell’Onnipotente. E più facile pregare dunque qui, più dolce sostare in un tempio il cui interno sembra farti scivolare verso il raccoglimento interiore.
Ma noi non siamo qui, stasera, per parlare di opere che già hanno avuto illustri momenti di riscoperta. Cerchèrò così, più semplicemente, di indirizzare i vostri sguardi su un dipinto che risulta quasi occultato alla maggior parte di voi, un’opera che è posta in alto, sopra il confessionale, in una zona solitamente in penombra. Per molti allora si potrà materializzare in una sorta di quasi incantata riscoperta l’ovale discreto con l’immagine di San Luigi Gonzaga. Per tutti noi il lieve soffio dell’attenzione solleverà quel velo che per via dell’abitudine oscura la bellezza.
Il nostro interesse va dunque a Francesco Maria Raineri, allo Schivenoglia, a un pittore che spesso lavorò qui, ai confini dell’Emilia. Ottima fu dunque la scelta, qualche anno fa, di acquisire la tela con san Luigi Gonzaga, una tela che l’artista realizzò intorno alla metà degli anni trenta del Settecento per i Conti Quaranta di Mantova, che allora abitavano in via Vittorino da Feltre, nel capoluogo. L’opera era stata commissionata a circa dieci anni da quel 1726 in cui papa Benedetto XIII aveva proclamato santo uno dei Gonzaga, esemplare per l’autentica religiosità e devozione. Il nostro dipinto, in seguito, pervenne a Ugo Cazzaniga nel momento in cui, insieme ad ulteriori tre ovali e a diversi altri arredi, acquistò, nel 1929, l’antica dimora mantovana. Allora si attribuiva l’opera alla mano del Bazzani, ma questo non stupisce nessuno dato che dello Schivenoglia, tra le fonti a stampa, prima del 1950, si rammentavano solo tre dipinti. Lo stesso Giovanni Cadioli, autore della pala con santa Lucia che appartiene ora a questa chiesa, scrisse, nel 1763, una guida artistica che non fu troppo benevola con il suo vecchio maestro. A condannare lo Schivenoglia a un oblio lungo oltre due secoli era stata l’eccentrica verve antiaccademica e l’innovativa originalità, che si contrapponeva al procedere progressivo, nella società mantovana, di scolastici rigori neoclassici.
Ma noi quest’anno, nel duecentocinquantesimo anniversario dalla morte, abbiamo cercato di rompere una sorta di congiura del silenzio che durava da quando, all’età di ottantadue anni, nel 1758, il pittore era stato richiamato dall’Eterno a ritrarre madonne e santi su sentieri meno dolorosi di quelli terreni.
Ma osserviamo meglio il san Luigi Gonzaga. Siamo di fronte a un dipinto imbrunito dalla polvere e da un grossolano e antico intervento di restauro. Se guardiamo attentamente l’humour estroso col quale il pittore sembra irridere tutta la tradizionale iconografia aloisiana ci apparirà con chiarezza tutta la dissacrante e inedita vena del pittore.
Lo Schivenoglia pare addirittura saltare in blocco tutta una ritrattistica tradizionale, spesso condizionata dall’agiografico e impacciato fervore volto a realizzare l’ immagine di un giovane fragile e malinconico. Il pittore sembra invece voler rimandare a quel ritratto realizzato dal vero, da El Greco, nel 1582 quando il giovane quattordicenne, non ancora santo, viveva a Madrid, alla corte di Spagna. Tre anni dopo, il 2 novembre del 1585, il rampollo dei Gonzaga di Castiglione firmava, a Mantova, l’atto di rinuncia al marchesato per incamminarsi sui sentieri spirituali dei Gesuiti. Lo Schivenoglia decise così di condensare la verità e l’austerità di una scelta che vedeva il giovane primogenito rinunciare innanzitutto alle sirene della ricchezza e del potere. A ciò allude il rifiuto di quella corona offerta da un bizzarro putto, un probabile angelo inscurito dal tempo ma ancora ben leggibile sulla sinistra della tela, per chi guarda. Il carisma di Luigi Gonzaga, caratterizzato dall’assoluta noncuranza per le ambizioni di potere del padre e dal disprezzo delle ricchezze terrene, ha già elaborato una scelta alternativa: è il giglio che Luigi preferisce alla corona, per quella estrema fiducia nel Padreterno che appunto, per parafrasare san Matteo, è in grado di vestire di una bellezza irraggiungibile anche i «gigli del campo».
La vena visionaria e antigraziosa dello Schivenoglia è qui scatenata. Il santo ritratto davanti allo scrittoio, in pia genuflessione, viene realizzato con rapide e veloci pennellate, per arrivare a una dimensione di abbozzo e di non finito in grado di esaltare, con una pittura tutta di getto, una figura e un volto che assume tratti quasi grotteschi. Non c’è qui l’angelicità da santino. C’è piuttosto una modernità del sentire dell’artista che si interroga e che pretende di percorrere un cammino critico e irriverente verso la società e le istituzioni di allora, un cammino che si colma delle angosce di chi, come il pittore, osserva e documenta le sofferenze e le angosce che affliggono il genere umano, gli orrori della guerra, le difficoltà del passaggio epocale che vede la società mantovana transitare dalle mani dei Gonzaga all’impero austroungarico. Di tutto questo ci parla anche l’immagine di san Luigi, che ci porta oltre la piatta elaborazione grafica offerta alla più monotona e artificiosa devozione.
C’è qui una cultura del presente che sembra anticipare soluzioni che solo uno spirito ribelle e innovatore come il Goya, qualche anno dopo, sarà in grado di fissare, certamente con altre soluzioni di irraggiungibile qualità, quelle che solo la piena capacità del genio consentono. Anche il Goya infatti realizzerà un indimenticabile ritratto del santo mantovano.
Osserviamo ancora il san Luigi dello Schivenoglia.
La fantasia dell’artista prende il sopravvento sulla tradizione. E Luigi si presenta rapito da quella folle volontà di farsi completo imitatore del messaggio evangelico. Consideriamo la posizione delle mani che si stringono al petto per sottolineare una irrefrenabile e coinvolgente passione che conduce oltre ogni umana comprensione.
Oggi il dipinto purtroppo versa in uno stato di conservazione non ottimale ma gli incarnati dei volti, l’agreste rivelazione mantovana di un rococò settecentesco che si compiace di una originale vena antigraziosa possono ancora tornare a risplendere sotto le abili mani di un restauratore: basti per ora non dimenticare che lo Schivenoglia è l’artista che su queste terre ha lasciato grandi e meglio leggibili testimonianze della sua arte, a partire da villa Strozzi a Palidano.
 

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