Presentazione
 
Capita talvolta che le parole ci suonino familiari, quasi appartenessero al bagaglio di emozioni che più ci appartiene. Capita che l’attività poetico-esistenziale di un uomo ci porti vicino a uno speciale sentire che apre porte di una quotidianità altra ma vicina, quasi fraterna. Capita di trovare parole e versi sgorgati dall’anima perché chi ha scritto ha ritenuto più importanti le cose dette piuttosto che le parole che si usavano per dirle. Capita di leggere il canzoniere di Lino Modenese e di ritrovarsi in un'intrigante familiarità coi ricordi di chi ha vissuto la propria esistenza tra Poggio Rusco e Schivenoglia, di un uomo che ha offerto il proprio umanissimo racconto perché ha osservato il mondo senza fare ricorso alle pose recitative dell’élite, a strutture letterarie colte e stereotipate. Capita di osservare che l’onesta e spontanea sincerità poco si preoccupi della corona d’alloro dei poeti titolati: dalla sua cultura popolare e contadina gli orizzonti di Lino Modenese, come campi incolti, vengono rivoltati, con le loro zolle dure legate da malefiche radici. Accade così che Lino ci renda manifesta la grazia di una dolce esperienza quotidiana, vissuta nel fascino di una estrema terra di Lombardia, al confine con l’Emilia. Ogni pagina della silloge contribuisce infatti a creare un repertorio fatto dell’incanto autentico delle sue emozioni, talvolta ingenue ma sempre sincere.

A cominciare dalle giovanili strofe di Vuoi tu, scritta per necessità d’amore nel lontano 1944, nei tempi felici dell’adolescenza, Lino Modenese -in segreto- affidava le sue emozioni più intense alla poesia. Molti dei suoi scritti non sono nati minimamente per la pubblicazione. Erano semplicemente pensieri cristallizzati sulla carta, emozioni fossilizzate in un cassetto. E ora che Lino non è più, che è tornato in un posto migliore, quei fogli, letti e riletti dalle figlie, letti dagli amici, letti dalla gente che con lui ha discusso, parlato, condiviso esperienze, hanno acquisito nuova considerazione e, talora, persino un micro-valore civile. E' questo percorso che ha determinato un importante punto d'arrivo: un uomo austero, che in vita non aveva mai ceduto alla vanity press e che non voleva che considerazioni politico-civili o spasimi naturalistici uscissero fuori dai suoi cassetti, si ritrova ad essere laureato dai suoi compaesani, ad ottenere uno status symbol, una condizione di riconoscimento per la sua speciale sensibilità di narratore delle atmosfere e dei sentimenti della Bassa Mantovana. Ed era una sensibilità che gli permetteva di dipingere anche ottimi quadri.

Il lettore che leggerà queste sue pagine scoprirà inoltre che questa inedita e semplice passione per la poesia non si rivolgeva a un mondo immaginario e senza vita, a frivolezze e fantasticherie senza storia, a una comunità priva di legami e solidarietà. I suoi versi cercano di scuotere l'anima di un luogo antico, che non voleva e che ancora oggi non vuole perdere la propria identità. Il lettore si scoprirà referente ideale di scritture indirizzate a gente a cui avrebbe voluto sbatacchiare il cuore, a cui avrebbe voluto rammentare l’orgoglio di radici ataviche. Le poesie di Lino non si crogiolano nell’intimismo decadente dei sentimenti, hanno piuttosto l’ambizione di un silente dialogo con la realtà che lo circonda. Accade così adesso che quel dialogo preteso, ma mai pienamente realizzato, sia piano piano diventato sempre più concreto nel moltiplicarsi delle letture di chi in vita ne aveva saputo apprezzare la verve originale. E' per la sua gente che quelle poesie hanno innescato la consapevole scoperta del racconto virtuoso di un luogo appartato, di una comunità che ora oscilla tra villaggio rurale e villaggio globale.

Anche se le note escono stonate,/ il poeta ascolta le parole che detta il cuore,/ non sovrastano l’eco che c’è nell’aria,/ perché è musica dolce e innocente/: così si esprimeva Lino Modenese in Vagabondi nell’io, nel 1997. Era la dichiarazione di una pacata consapevolezza, di un ineluttabile percorso che doveva affrontare, di una persistente ingenua fiducia che non viene meno anche quando la vita è scalfita da piccole violenze, da durezze, ingiustizie e solitudini. L’anima che dava forma alla poesia non c’è più: restano i versi che, come l’acqua, scorrono e vivificano questa terra, questi campi, questi luoghi di genti abituate da sempre alla fatica. Per questo il diario di Modenese può rappresentare una sorta di vero e proprio esercizio spirituale atto a rasserenarci, a fortificarci, a indurci a riscoprire, le nostre piccole cose, le antiche abitazioni agresti di quando i sogni erano quelli del topo,/ topo che rosicchiava affamato il grasso,/ con appresso il gatto chetamente assopito.

Chi leggerà ora questa silloge, data finalmente alle stampe, scoprirà l’energia di pensiero e di immagine che caratterizzava l’uomo, forse si commuoverà, scoprendolo, di fronte al candore di un uomo, di un amico, che sapeva, anche da adulto, conservare la spigliatezza dello sguardo di un fanciullo. Versi come quelli contenuti ne Le chiavi dell’infinito trasmetteranno l’emozione con cui l’autore si inteneriva nell’immaginare e tratteggiare la potenza del creato, il miracolo della vita nelle sue prepotenti ma necessarie manifestazioni.

E l’intenerimento può diventare ancora più grande perché il mondo proposto dall'autore può assumere valenza universale, può indurre il lettore a scoprire quanta meraviglia, quale miracolo di bellezza si nasconda nella vita campestre, sia che ci si trovi nella campagna tra Poggio Rusco e Schivenoglia, sia sui pascoli verdi dell’appennino tra Lama Mocogno e Sestola, amati luoghi di villeggiatura dell’autore.

Emerge costante nei versi un movimento della natura, un risuonar di stornelli, un frinire di grilli e di cicale. La natura diventa una sorta di orchestra sinfonica che Lino Modenese percepisce tra lo zirlare dei tordi e il gorgheggiare di usignoli, diventa la danza di una miriade di piccoli esseri indaffarati, di capinere e di cinciallegre, di api e di farfalle.

La natura è anche metafora di una cultura capace di proteggere l'uomo dalle sofferenze, di guidarlo a ritrovare la pace contro lo sfruttamento e la schiavitù. La natura, infine, emerge dai versi come un respiro vitale, alternativo alla quotidiana lotta dell'esistenza: descrive paesaggi in cui gli animali s’affannano senza indignazione alcuna, senza invidia e senza arroganza, senza soverchia ed infausta smania di possesso, in grado di darci una ricetta per il nostro difficile mestiere di vivere.

Emerge poi una vita che si illumina nelle emozioni dei piccoli e grandi affetti, dalle dolcezze premurose della moglie all'affettuosa presenza delle figlie e dei nipoti, dai piccoli riti della famiglia alla magica monotonia quotidiana, in cui l’ispirazione poetica si intenerisce nella ricchezza dell’elogio della povertà. In alcuni versi la materialità delle cose si scontra con la fragilità delle esistenze, l’umiltà cozza con la crudeltà della vita e il racconto assume il tono emozionale del canto.

La Lepre -un incatalogabile componimento del 1958- parla, solo per fare un esempio, di questo mondo contraddittorio, di un animale braccato, di caccia e di cacciatori, di vita e di morte. Sarebbe esercizio vano tentare una collocazione della poesia di Modenese che, sicuramente, ricevette suggestioni dall’opera di Bellintani, dalla sua voce arcana e primitiva, dal suo sentimento di uomo sconfitto nel quotidiano scontro con la realtà. Emerge, con evidenza, in entrambi, la passione -da intendersi come patimento- per la consapevolezza di un paradiso definitivamente perduto, di un giardino dell'Eden a cui guardare con rimpianto, nell’impossibilità del riscatto su una terra abitata da troppi figli di Caino.

Sono temi ed emozioni difficili da trasmettere a parole e per questo il nostro autore sceglie il linguaggio personalissimo e denso della poesia, quello che gli appare più adatto, in quanto caratterizzato soprattutto dall'anima, a restituire etica ed estetica del suo piccolo mondo, del suo osservare la molteplicità di cambiamenti avvenuti nell’arco della sua esistenza.

Quando alle Bossoline cantavano i galli è un altro dei tanti componimenti che riflette la nostalgia di un tempo perduto. Qui si dipana la storia di un sistema di vita e di relazioni messe definitivamente in crisi dalla società industriale: al nuovo Eden padano non fanno più da contrappunto i canti gioviali delle bugandere e una silente incuria ha svuotato persino le antiche cascine, definitivamente vuote e abbandonate alla rovina. Ora la pianura mantovana è sempre più abitata da donne d’Africa dai visi «color di dattero», attraversata da mendicanti slavi alla ricerca della felicità.

E così la campagna, bella come nelle virgiliane descrizioni, diventa l’oscura spiaggia di naufraghi approdati da una caravella della speranza. Il naturale slancio lirico dell'autore ritrova, anche in questi temi difficili e dolenti, non solo ritmo musicale ma anche capacità di restituzione visiva dei sentimenti umani. E questa capacità visiva rimanda all'altra sua passione: la pittura.

E, d'altra parte, scrivere era, per Lino, il rovescio della medaglia di una sua intima esperienza espressiva, della sua innata capacità di osservare il mondo e di restituirlo agli altri in non importa quale linguaggio, quello delle parole o dei colori.

Gianfranco Ferlisi