Quando alle Bossoline cantavano i galli


Nei giorni lontani dei miei vent’anni,
percorsi una strada scoscesa e polverosa,
fiancheggiata da verdi alberi e viti rigogliose,
verso una grande casa quasi reggia per noi allora.
L’aia brulicava di familiari indaffarati e fieri,
nel frenetico lavorio di possesso dell’ampio sito,
per alloggiar le bestie del viaggio stanche,
dentro l’ampia stalla sotto le possenti volte.
Ci aspettava un preludio di duro lavoro,
impegnati tutti con volontà e speranze,
uomini donne e figli numerosi e inquieti,
in sogni effimeri di un avvenire migliore.
Ed ecco nella semplicità del nostro mondo,
curare i rapporti con genti confinanti,
nei discorsi fatti nel caseificio adiacente,
dove si lavorava il latte prodotto nei dintorni.
E nelle tante sere fredde e nebbiose,
grandi e piccoli si riunivano nei filò,
per giocare a carte mescolate a fantasiose storie,
con donne intente a sferagliar la lana.
Non si sentivano né si ascoltava odori e rumori,
nel lieto passar delle ore del vivere insieme,
con allegrie sincere dopo il tribolar del giorno,
e la confessione degl’affanni che appesantivano il cuore.
La campagna era bella nel pieno dell’estate,
con un mare giallo di grano dorato,
e distese d’erba tramutata in fieno,
odorosi aromatici fiori falciati da ferri roventi.
Giorni ed anni grondanti sudore di fatiche estreme,
per raccogliere le preziose messi di una terra generosa,
e fare festa nel trebbiar fra paglia e frastuono,
nel momento del ristoro in tavole imbandite.
Galli galline, salami pancette e vino,
sacrificati nell’euforia del sacrificio migliore,
dove i desideri e le visioni maturavano gioiosi,
per i sacchi pieni agognati e sognati in notti insonni.
E poi via nella campagna alla guida di cavalli,
motori sinceri che non chiedevano nulla,
solo di pascolare un po’ nei prati profumati,
correndo e rivoltandosi per terra per grattar la schiena.
Massacrante era il consegnar le bietole sui carretti,
che andavano alla fabbrica nel cigolar di ruote,
con i poveri animali ridotti allo stremo,
dal caldo afoso o da pioggia o vento.
Il tempo passava maturando l’uva,
che con la vendemmia riempiva le vecchie botti,
del dolce nettare di un rosso mosto,
che fermentava brontolando riparato nella cantina.
Si! Veniva il tempo anche del bucato,
con le donne immerse nelle ceneri bollenti,
per poi battere i panni bianchi nell’acqua del canale,
stendendoli in miriadi di funi al bruciante sole.
Ora i luoghi sono desolati dall’incuria silente,
in un deserto di dimore svanite nel nulla,
nell’alone triste di valori umani immensi,
perduti per sempre nell’oblio dei ricordi di giovinezza.

Schivenoglia, Febbraio 1997