La lepre


L’alba risveglia gli smarriti stuoli,
d’uccelli che mesta allegria risenton in core,
procacciando cibo vibran in voli,
nell’aria tiepida nel verde odore.
Spade lucenti riflette il sole,
nell’argentea rugiada di terra natia,
spande il vermiglio in dolci stuole,
per i lieti prati e in ogni via.
Ancor nel tremolar del giorno,
appare solitaria nei sentieri irsuti,
lasciando campagne nel grigior intorno,
tessendo vestigie nemici fiuti.
Si raccoglie in sé nel disadorno covo,
gli occhi vitrei l’udito rota,
trema ai rumor nell’umil rovo,
silenziosa e cheta or è immota.
Ed ecco d’un tratto un latrar feroce,
su lieve pista si ben invertita,
ecco incombente un destino atroce,
minacciar la sua miser vita.
Fauci terribili laceran l’aria,
passa il nemico nell’uman caccia,
impavida ella rimane e non divaria,
mentre intorno cercan la sua traccia.
Con in pugno la morte un gigante l’addombra,
ed essa scatta verso il suo orizzonte,
ma un lampo possente la via gl’ingombra,
la polvere si frammista al suo sangue in fronte.
Torna il cacciator fiero fremente,
tronfio, all’ambita preda incline,
gli resta in cor l’attimo fuggente,
s’inchina ad essa e al suo sublime.

Ottobre 1958