Pagina 91
Nelle sue non frequentissime pagine di commento, il nostro
studioso lascia trasparire, sia pure con pacatezza, le linee della
sua formazione e il complesso delle sue preferenze. Anzitutto, il
sacrificio di Mantova come avanguardia della rivoluzione
antiaustriaca; e, attraverso ciò e per ciò, la netta marchiatura
indipendentista e nazionale del “suo” Risorgimento. Vi è poi
l’impronta morale, il forte interesse per i destini di uomini
coinvolti in imprese disperate e spesso più grandi di loro, ai quali
lo storico tributa, con intelligenza e delicatezza e nei meandri di
minutissime ricostruzioni, l’onore dell’onestà. Ora, non v’è
dubbio che fino al 1942 almeno, il temperamento ideologico del
Regime non contrasta con queste versioni del Risorgimento: vi
campiscono grandi italiani che hanno combattuto per liberare
una città italiana dall’odiosa tirannia dello straniero, vi compare
l’onore militare e la disponibilità al sacrificio individuale in nome
di un organismo superiore. Sono gli stessi valori morali che
connotano, nella profluvie propagandistica e nella sincera buona
fede di moltissimi italiani, il buon fascista: intrepido, onesto,
diffidente verso ciò che è “straniero”, pronto al sacrificio. Non
va dimenticato che le figure principali della galleria
risorgimentale sono state canonizzate dal Regime e, con ciò,
neutralizzate; che agli elementi di emancipazione sociale e di
liberazione, vengono sostituiti quelli della coesione sociale
costruita dall’alto e dell’eliminazione del conflitto per la
grandezza della nazione.